Di Paolo Scarparo

Gli eventi sismici, più comunemente noti come “terremoti”, sono il manifestarsi in superficie dell’effetto di scivolamento delle placche tettoniche le quali, entrando in contatto, liberano enormi quantità di energia distruttiva. Per motivi a noi sconosciuti, è molto diffusa l’idea che la nostra penisola non sia interessata dai fenomeni sismici; tuttavia, l’esperienza storica ed i tristi eventi degli ultimi anni ci dimostrano come il nostro sia in realtà un territorio fortemente attivo.

Negli ultimi cinquant’anni l’Italia ha registrato cinquemila vittime a causa di terremoti, oltre che una spesa media annua di tre miliardi di euro per stati di emergenza e conseguente ricostruzione. Ne consegue che una campagna di
sensibilizzazione e di miglioramento del patrimonio edilizio potrebbe salvare la vita di tante persone, oltre che contribuire a sgravare le già martoriate casse dello stato.
Anche alla luce dei recenti avvenimenti risulta necessario, a mio avviso, divulgare ed instillare una cultura della conoscenza del rischio sismico e della prevenzione.
Introduciamo adesso il concetto di rischio sismico. Esso è condizionato da tre fattori: la pericolosità del sito, l’esposizione del sito e la vulnerabilità dell’edificio. La pericolosità del sito è legata all’attività geofisica della zona, e si potrebbe identificare grossolanamente con il vecchio concetto di “zone sismiche” (più una zona sismica era “alta” più era pericolosa, in quanto vi era una maggiore probabilità che si registrassero scosse). Non è possibile fare molto rispetto a questo parametro: esso può essere solo indagato e mappato. È necessario accettarlo, poiché l’unica vera soluzione, per quanto estrema, sarebbe abbandonare la nostra penisola.
L’esposizione misura invece i danni che un terremoto provoca, ovvero “tutto quello che è quantificabile” citando la norma. Una forte scossa sismica nel pieno del deserto potrà scuotere la sabbia, ma poco più; il sito avrà quindi una bassa esposizione. Diverso il discorso per i centri storici italiani, fortemente popolati, costruiti spesso su versanti collinari, con aggregati di viuzze che creano il tessuto sociale della “provincia allargata” che contraddistingue la nostra nazione. Oltre a questo, c’è da considerare l’inestimabile patrimonio storico-artistico, ed i beni culturali che custodiamo. Anche per questo parametro non è possibile fare molto: l’unica possibilità, estrema anche in questo caso, sarebbe di demolire i nostri centri storici e rinunciare al nostro patrimonio sociale e artistico.

La vulnerabilità, secondo la definizione data dalla Protezione Civile, è la “propensione al danneggiamento” di un edificio. Questo fattore è la causa principale dei disastri che si verificano ad ogni piccola scossa sul nostro territorio. Infatti, l’inestimabile patrimonio culturale cui prima accennavamo, e l’edilizia minore del nostro paese, sono quasi sempre completamente inadeguati dal punto di vista sismico. Inoltre, le normative antisismiche internazionale prevedono vite utili che variano dai cinquanta ai duecento anni per le strutture; questo è difficilmente applicabile all’Italia, dove vediamo spesso la collocazione di caserme, scuole, uffici, in edifici storici.
Come è noto, dalla metà del novecento è possibile quantificare l’intensità di un terremoto sulla base della sua “Magnitudo” (scala Richter). Le intensità delle scosse registrate nel mondo sono enormemente superiori alle magnitudo registrate sul suolo italiano; questo è indice del fatto che, pur avendo scosse inferiori alla media di altri paesi, la nostra esposizione e soprattutto la nostra vulnerabilità causano gli scenari di danneggiamento tipici dell’Italia. Ecco che il parametro su cui concentrarsi risulta essere la vulnerabilità.

Sfatiamo ora un mito: è vero che un edificio ben concepito si danneggia durante un terremoto, solo che si danneggia in maniera adeguata e performante, coinvolgendo tutta la struttura, in modo da dissipare l’energia sismica e consentire agli occupanti di evacuare salvandosi la vita. Le strutture datate come quelle italiane, invece, reagiscono con meccanismi locali, per cui si osservano dei crolli localizzati (cantonali o facciate), che fanno si che alla vibrazione successiva alla scossa l’edificio crolli. Al fine di tutelare il capitale umano, il tessuto sociale e le comunità, è fondamentale intervenire tempestivamente. A questo scopo si procede costruendo campi per gli sfollati, approntando presidi di sicurezza alle strutture pericolanti, e cercando di mantenere viva la comunità. Tuttavia, spesso si procede con lentezza nei processi di ricostruzione: ne sono un esempio le zone dell’Abruzzo colpite dal terremoto nel 2009. Non ricostruire una città porta alla sua morte: un esempio eclatante è quello di Poggioreale, o di Gibellina, colpite nel 1968 dal terremoto del Belice. Essendo colpite duramente dal terremoto, si è scelto di non ripartire dalla città preesistente, bensì di costruirne una nuova poco distante. Queste città, pur essendo perfettamente progettate su carta, non sono mai state ultimate, e sono ad oggi spopolate e semi-deserte. Riassumendo, ora più che mai è necessario imparare dal passato; usando una similitudine con la medicina, è necessario “prevenire piuttosto che curare”, “conoscere prima di operare”, limitando le situazioni di emergenza e, nel caso in cui si verificassero, essere pronti a custodire i luoghi, le tradizioni e le comunità, portando innovazione nella ricostruzione, ma con il rispetto del “Genius Loci” tipicamente italiano.


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